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L’islam in Europa: centralità di una minoranza

L’islam in Europa: centralità di una minoranza

di Maria Luisa Maniscalco e Ouejdane Mejiri

1. Introduzione: una presenza recente dalle radici antiche

Il radicamento dei musulmani in Europa può essere annoverato tra i principali avvenimenti della seconda metà del secolo scorso e tra i più forieri di mutamenti; oggi non possiamo certo pensare ad una (necessaria) “rifondazione” del patto sociale sia a livello nazionale che dell’Unione Europea senza considerare la componente musulmana delle nostre società.

I musulmani sono la minoranza religiosa più importante in Europa e l’islam è la religione in più rapida crescita. Ma non solo: un punto significativo è rappresentato dal fatto che sempre più l’islam sta diventando espressione di soggettività portatrici di identità culturali e religiose che non si lasciano assorbire o privatizzare, ma al contrario richiedono un riconoscimento anche nella sfera pubblica. A fronte di quello che viene definito l’“islam sociologico”, di quanti si sentono musulmani per retaggio culturale in senso ampio, non tanto per l’osservanza puntuale dei precetti e per la preghiera, quanto per un’etica e per i costumi, emerge un islam che reclama il controllo del campo sociale e degli stili di vita dei credenti e che segna una discontinuità con i valori dominanti in Europa e specificamente con la laicità.

Il lungo continuo incontro tra islam e Europa sta attraversando una nuova fase; è noto che la presenza islamica in Europa non è certo una novità [1], ma sono sicuramente nuovi i termini del problema. L’islam sta esprimendo, in Europa come nei paesi di cultura musulmana, un’effervescenza e un pluralismo che vanno ben oltre il tradizionale articolarsi – sia a livello di correnti e scuole religiose, sia in base alle diverse componenti etno-nazionali – e che compete al suo interno in maniera anche conflittuale per l’individuazione di un proprio modello di modernizzazione. Nel percorso verso una modernità musulmana (o una islamizzazione della modernità) è in atto un confronto/scontro tra idee, modelli, ideologie in ogni area del mondo in cui sono presenti comunità musulmane.

Come si diceva, l’islam è oggi un attore sociale “interno” all’Europa e in continuo mutamento: elabora strategie di resistenza, esprime creatività e sperimentalismo, è impegnato a realizzare forme inedite di radicamento (Bowen 2010; Maniscalco 2014). È evidente che l’islam non è un fenomeno unitario e un terreno irrimediabilmente contrapposto ai valori delle società europee in particolare e occidentali in generale. Al contrario alcune specificità culturali, come per esempio la finanza islamica [2], stanno sempre più attirando l’attenzione in quanto sembrano costituire una valida alternativa all’instabilità endemica dei mercati finanziari capitalistici.

Presso molti musulmani sembra essere ben presente l’idea di una identità musulmana europea distaccata da ogni referente esterno, ma legata alla religione quale elemento primario coinvolgente ogni aspetto della vita. In Europa, dove è in corso un incontro e una “contaminazione” reciproca tra le culture, si registrano diversi interessanti tentativi di forme innovative di integrazione in dialogo con gli ideali europei di partecipazione e democrazia. La maggioranza dei musulmani è integrata nelle società europee e partecipa alla vita economica, sociale e politica nei paesi di residenza [3]; inoltre la loro particolare attenzione per i paesi di origine propri o delle proprie famiglie e i perduranti legami con essi, facilitati dalla grande connettività che contraddistingue la realtà contemporanea, costituiscono una ricchezza per l’Europa stessa.

Tuttavia, nonostante le numerose dinamiche positive e i risultati raggiunti, esistono ancora difficoltà e problemi [4]; a rendere più difficoltoso il reciproco rapportarsi tra Europa e islam è stato anche, a partire dai primi anni Duemila, il configurarsi di una complessa presenza jihadista autoctona. Infatti se molti musulmani e le loro associazioni chiedono una maggiore visibilità e partecipazione nello spazio europeo e una loro legittimazione quale parte dell’eredità storica, politica e culturale dell’Europa, altri se ne distaccano, talvolta imbracciando la lotta armata e la strategia del terrore. In realtà si tratta, a tutt’oggi, di numeri statisticamente insignificanti, tuttavia rilevanti per la sicurezza e la relativa percezione dell’opinione pubblica anche in considerazione delle ripercussioni che gli attentati sul suolo europeo hanno nel dibattito, già di per sé acceso, sulle questioni riguardanti le migrazioni, la presenza dei musulmani, i loro diritti e così via.

2. La nuova scena del jihadismo autoctono

La nuova scena del jihadismo autoctono inaugura una fase diversa rispetto a fenomeni già da tempo registrati sul suolo europeo, sebbene l’esperienza di ogni paese sia caratterizzata da specifici fattori collegati anche al passato coloniale, alla storia nazionale del processo migratorio e, da non sottovalutare, alla propria politica internazionale.

Tentando una sintesi, una prima fase di presenza jihadista può essere fatta risalire alla fine degli anni Ottanta quando giunsero in Europa alcune centinaia di militanti in cerca di asilo politico; molti di loro lo ottennero e stabilirono sul suolo europeo le loro “basi”. Questa militanza che potremmo definire “tradizionale” era organizzata in forma gerarchica (come, d’altronde, anche tutte  le organizzazioni terroristiche dell’epoca) e i vari gruppi non raggiunsero mai una vera e propria collaborazione operativa, pur esprimendo reciproca solidarietà alle rispettive “cause”. Soprattutto, salve rare eccezioni, non manifestarono intenzioni aggressive nei confronti dei paesi ospitanti [5], indirizzando il loro operato contro i regimi dei paesi di origine. La loro eventuale pericolosità non fu mai avvertita e principalmente non da parte dei comuni cittadini.

Già in quel periodo però i servizi antiterrorismo di molti paesi documentarono l’esistenza di una vasta attività di reclutamento nelle periferie delle grandi città europee finalizzata a “istruire” giovani mujaheddin per inviarli nelle zone in cui infuriavano conflitti interetnici e religiosi. La presenza di questi combattenti fu registrata in Bosnia, Afghanistan, Caucaso, Nord Africa.

In particolare per la guerra in Bosnia, negli anni Novanta il Centro culturale di viale Jenner a Milano si costituì come hub di reclutamento e supporto logistico per i volontari di tutto il mondo intenzionati a combattere in supporto ai musulmani bosniaci [6]. Nonostante le investigazioni di polizia che portarono al sequestro di materiale compromettente e alla citazione in giudizio di diverse persone, il Centro continuò ad operare fino ai primi anni Duemila, supportando gruppi jihadisti che intendevano operare in Algeria, in Afghanistan e in Iraq. In particolare in Iraq furono portati a termine, da parte di individui reclutati a Milano, diversi attentati suicidi, tra cui quello del 2003 nel quartier generale delle Nazioni Unite a Bagdad nel quale persero la vita ventidue persone tra cui Sergio Vieira de Mello, Inviato Speciale delle Nazioni Unite.

Proprio a seguito dell’esperienza maturata nei campi di addestramento in Afghanistan, nei combattimenti in Bosnia, in Cecenia e nel Kashmir i vari gruppi della galassia jihadistache si andava strutturando appresero il valore della collaborazione operativa. La “svolta” fu sancita nel 1998 da al-Qaeda con la formazione da parte di Osama Bin Laden e Ayman al Zawahiri del “Fronte islamico mondiale contro gli ebrei e i crociati” [7] il cui obiettivo primario era far cessare il sostegno economico e militare, in primis degli Stati Uniti, ai regimi corrotti dei paesi arabi. L’idea era l’unione di tutti i gruppi combattenti per scalzare la presenza americana dai paesi arabo-islamici e abbattere i relativi regimi. L’attentato dell’11 settembre, il cui nucleo direttivo si era radicalizzato ad Amburgo, ha mostrato come l’Europa fosse una possibile ottima base per piccoli gruppi terroristici disposti ad unirsi al jihad globale.

Dopo l’11 settembre questo fenomeno si è incrementato [8] e in molti paesi è registrata la presenza di cellule di musulmani, nati e/o cresciuti in Europa, intenzionati ad abbracciare il jihad; solo molto raramente questi nuclei hanno avuto, almeno sul nascere, contatti con al-Qaeda o con gruppi comunque strutturati operanti all’estero. Si tratta in altri termini di gruppuscoli autonomi di individui desiderosi di passare all’azione, unendosi a formazioni extraeuropee per addestrarsi e/o combattere o per organizzare attentati in Europa. Ne sono significativi esempi gli attentatori di Londra del luglio 2005 e, dieci anni dopo, i francesi autori della strage dei giornalisti del settimanale Charlie Hebdo a Parigi.

La situazione attuale è complessa; innanzitutto si è ampliato notevolmente il numero di coloro (i cosiddetti foreign fightersche raggiungono i teatri di guerra (prevalentemente Siria, Iraq, ma non solo) per combattere, dall’altro sono sempre possibili attentati da parte di piccoli nuclei o addirittura di individui singoli (i cosiddetti lone wolfs) che si attivano in maniera assolutamente autonoma, nella convinzione di rispondere ad un dovere morale, ad una “chiamata”, molto spesso dopo essersi auto-radicalizzati su internet [9].

Gli homegrown terrorists manifestano un forte senso di rabbia e di rivalsa verso le società in cui vivono. Da un lato sono per lo più persone diventate a tutti gli effetti di nazionalità europea o residenti da tempo in paesi europei, ma dall’altro riversano sull’Occidente la rabbia scaturita da un sentimento di insoddisfazione e frustrazione per una condizione sociale, culturale o psicologica che non li appaga. Per loro abbracciare il fondamentalismo e diventare mujaheddin rappresenta un modo per provare a “riscattarsi” da un’esistenza considerata senza valore e trovare nel jihad una ragione profonda per vivere e morire.

Si ispirano ai diversi leader jihadisti come un tempo giovani rivoluzionari potevano identificarsi con altri “miti” eversivi, quali per esempio il sub comandante Marcos. La loro adesione al jihad globale non si fonda tanto sulla condivisione dei precetti più estremi dell’islam radicale, quanto sulla convinzione che la protezione e la “salvezza” delle vittime, degli sfruttati, che una volta passava attraverso il terzomondismo rivoluzionario alla Che Guevara, è realizzabile solo attraverso una sollevazione individuale e allo stesso tempo globale contro l’Occidente imperialista. Infatti l’identificazione con la causa delle vittime e degli oppressi e il rigetto delle ingiustizie sono i primi meccanismi del processo di coscientizzazione politica che frequentemente questi giovani iniziano. Non a caso in loro si rintracciano motivazioni socio-politiche e personali più che religiose (anche se la religione le sacralizza [10]) e una volontà sovversiva globalizzata tipica della radicalizzazione violenta anti-sistema che a partire dal nuovo millennio ha assunto una pluralità di forme e dove in alcuni casi l’azione diretta diviene una finalità in sé e la violenza prende il posto del discorso politico [11].

In Europa la radicalizzazione non riguarda solo le persone di cultura araba e/o di religione islamica [12]; il fenomeno però appare più appariscente nel jihadismo, dove in una dinamica in cui si intrecciano fattori macro e micro (politica internazionale e relative narrazioni, percorsi esistenziali, frustrazioni personali e altro ancora) il jihad assume la valenza di tratto identitario unificante di percorsi biografici più differenziati [13]. Non esiste infatti il jihadista o il foreign fighter “tipo” essendo la radicalizzazione violenta l’esito di variegati percorsi personali e di “ambienti” favorevoli [14].

Tra i profili jihadisti è possibile rintracciare una molteplicità di figure provenienti da differenti categorie sociali che comprendono ex criminali [15], persone altamente qualificate e ben inserite nel contesto socioeconomico, gente comune, uomini e donne, anche se la prevalenza è di giovani di sesso maschile. Molti di loro non hanno alle spalle storie di emarginazione sociale e la loro conversione all’islam jihadista radicale coincide allora con un processo di identificazione con una causa per la quale vale la pena combattere e sacrificare la propria vita. Se alcuni cercano di fuggire dall’emarginazione, altri, la maggioranza, sono alla ricerca di una “realizzazione” personale. E in questa ricerca di “senso”, la “bandiera nera” dello Stato islamico può affascinare come un tempo accadeva per la “bandiera rossa”, simbolo del proletariato mondiale. L’esperienza “limite” della guerra, la trance dell’uccidere e dell’essere uccisi, dilatano e intensificano l’esperienza del presente e, paradossalmente, il senso dell’esistenza.

La ricerca delle esperienze “limite” d’altronde non è un’esclusiva di musulmani radicalizzati, ma è piuttosto diffusa nella cultura giovanile in Occidente e si esprime attraverso una serie di comportamenti “rischiosi” di carattere ludico [16]. Questi comportamenti testimoniano da una parte un disagio psicologico ed esistenziale che investe l’insieme della vita quotidiana dalle relazioni familiari a quelle amicali alle esperienze scolastiche, dall’altra attesta l’indebolimento dei meccanismi democratici di regolazione e di gestione dei conflitti, il depotenziamento della cultura, un gap tra cittadini e istituzioni e un deficit di integrazione sociale che non riguardano solo i musulmani, ma che, però, presso alcune loro ridottissime minoranze assumono caratteri estremi e producono reazioni violente.

Va però tenuto presente che a differenza dell’appartenenza a molti movimenti di contestazione, la radicalizzazione islamista è un processo settario: essa impone una separazione tra gli islamisti e gli altri componenti della società, persino tra gli stessi musulmani, e porta ad una auto-emarginazione sociale, ad una rottura con la famiglia, la comunità di origine, gli amici, la scuola, il luogo di culto e, in definitiva, con la società nel suo insieme.

L’adozione di ideologie o di orientamenti radicali, è in primis un processo di carattere psicologico interno, che assume la forma di un cambiamento di mentalità e non comporta necessariamente cambiamenti visibili nell’aspetto della persona o nei suoi comportamenti: in alcuni casi quindi, i processi di radicalizzazione sono davvero difficili da individuare. In seguito però i segnali diventano più evidenti e dovrebbe essere relativamente più facile individuare il processo in atto. È questo il momento in cui le famiglie, le comunità e le associazioni possono svolgere un’azione importante.

3. Il ruolo della famiglia e della società civile

Da anni in Europa ci si interroga sulle cause e sui motivi per i quali giovani, nati o cresciuti nei paesi europei, decidono di rompere il patto di cittadinanza non solo nei riguardi delle istituzioni, ma anche nei confronti dei loro concittadini, che vengono trasformati in “nemici” da abbattere senza alcuna pietà.

Se la scelta del percorso verso lo jihadismo è assolutamente personale, le condizioni e l’ambiente rimandano alla politica, alla società, ai luoghi della quotidianità e agli incontri. Che si auto-radicalizzino su internet, che vengano indottrinati o altro ancora, una domanda fondamentale resta: che cosa rende queste persone, nate e/o scolarizzate in Europa, così permeabili alle narrazioni jihadiste? La ormai vastissima letteratura in proposito ha indagato in una molteplicità di direzioni, ma non ha approfondito a sufficienza il ruolo della famiglia e della narrazione più o meno esplicita della storia familiare, dei gruppi di appartenenza e della collettività nazionale di riferimento.

La famiglia ancora oggi rimane il luogo primario di socializzazione delle nuove generazioni, di perpetuazione di modelli di comportamento, di trasmissione intergenerazionale della cultura e della memoria, nonché di negoziazione e “resistenza” nei confronti delle pressioni dell’habitat circostante. Ma la famiglia è un sistema dinamico che muta e si adatta all'ambiente, in grado di rigenerarsi autonomamente, di mettere in atto processi di morfogenesi e di reinventare in modo creativo relazioni e ruoli; immessa in contesti diversi non può restare immutata, ma al contrario si trasforma, talvolta anche suo malgrado. La famiglia migrata subisce pressioni esterne e produce istanze interne di risposta/adattamento al cambiamento del contesto, trovandosi a sviluppare processi educativi spesso intrisi di ambivalenza tra attaccamento a codici culturali tradizionali e desiderio di integrazione e di ascesa sociale nel contesto della società ospitante, tra volontà di controllo delle scelte e dei comportamenti dei figli e confronto con una cultura che enfatizza i valori dell’autonomia personale, dell’emancipazione e, non ultimo, dell’uguaglianza tra uomini e donne.

A prescindere dai casi in cui si formano enclavi etniche particolarmente coese, la mancanza o la frammentarietà dei reticoli di parentela e vicinato possono rappresentare un fattore di debolezza che mina le capacità educative della famiglia. La perdita di autorevolezza e di capacità educative produce una tensione nei confronti del trasferimento di modelli culturali ispirati alle società di origine sia da parte dei genitori, già a loro volta combattuti tra i desideri contrastanti di sostegno alla promozione sociale dei figli secondo standard correnti da un lato e di ossequio alla tradizione dall’altro, sia da parte dei figli che hanno assunto criteri di valutazione e aspettative molto vicini a quelle dei coetanei autoctoni e che rifiutano le diverse forme di integrazione subalterna, cioè basata sull’inserimento nelle posizioni inferiori delle gerarchie occupazionali, accettata da molte famiglie migranti [17].

Può però esplodere anche un conflitto di segno contrario, quando invece i giovani si ribellano contro le aspettative di mobilità ascendente da parte dei genitori, che desiderano per loro posizioni sociali più elevate, giudicate dai figli irrealistiche per azione delle pressioni livellatrici e oppositive del contesto quotidiano e in particolare del gruppo dei pari nei quartieri più poveri in cui molte minoranze restano intrappolate. In ogni caso la crisi delle figure genitoriali si trasforma in ulteriore problematicità che i giovani di seconda generazione si possono trovare a fronteggiare.

Non bisogna però enfatizzare le sole problematicità emergenti in seno alle famiglie migranti; per lo più si registrano storie “di successo” in cui la conservazione di tratti culturali riferibili alle proprie origini, per altro in genere rielaborati e adattati al nuovo contesto, diventa una risorsa per i processi di inclusione e in modo particolare per la riuscita scolastica e professionale dei giovani, evitando la cosiddetta downward assimilazione, cioè l’assimilazione nell’ambito di gruppi marginali in cui è facile maturare la convinzione di una discriminazione insormontabile e dell’inutilità di ogni sforzo per migliorare la propria condizione.

In un caso o nell’altro frequentemente sono sfuggiti all’analisi gli aspetti della socializzazione politica in seno alla famiglia; infatti, tranne che in alcuni rare eccezioni, la dimensione politica della migrazione è sempre stata taciuta e neutralizzata nei paesi di accoglienza, in cui i discorsi sull’immigrazione in generale e sull’integrazione in particolare concepiscono gli immigrati come esseri essenzialmente apolitici (Sayad 2002) e spesso, come nel caso dei richiedenti asilo quali “vittime sofferenti” e, in quanto tali, “accolti” e assistiti da istituzioni e organismi ad hoc (Zaretti 2014).

Al contrario i migranti per lo più hanno storie intessute di importanti vissuti politici che le narrazioni familiari trasmettono [18]. La psicologa Françoise Sironi suggerisce che gli avvenimenti traumatici che attraversano le collettività (guerre, genocidi, regimi dittatoriali e liberticidi, persecuzioni, violenze generalizzate …) non si limitano a modellarne la storia, ma influenzano i particolari universi psichici di intere popolazioni (Sironi 2010). L’articolazione tra storia collettiva e storia individuale è profonda e proprio nei contesti familiari storia orale e memoria strutturano immagini del mondo e del proprio gruppo, formando mappe mentali, spesso in dissonanza con la realtà esterna, che possono facilitare il passaggio da un disagio personale all’identificazione con una sofferenza collettiva che conduce alla politicizzazione dell’azione. Questa azione a sua volta può essere ricompresa in varie forme di impegno, sia in Europa sia nei paesi di origine, a favore della democrazia e della libertà [19], ma può anche rappresentare un terreno sensibile per un rapido assorbimento di istanze radicali. In questo caso la dissonanza cognitiva e il relativo stato di tensione [20] che ne deriva vengono risolti con l’assunzione di un universo di valori estremamente coerente e rigido e con il coinvolgimento in dinamiche settarie.

Proprio tenendo conto dell’importanza dell’aspetto politico, oltre alle famiglie – che non possono comunque essere lasciate sole – giocano un ruolo importante le diverse forme di associazionismo espresse dai gruppi provenienti dalle migrazioni;  queste forme più o meno embrionali, più o meno strutturate di società civile, chiedono, tra l’altro, una maggiore visibilità e partecipazione nello spazio europeo. L’associazionismo musulmano europeo si è espresso negli anni attraverso numerose pubbliche prese di posizione a favore della libertà, della democrazia e della pacifica convivenza e sulla piena conciliabilità dell’islam con la cultura politica e con le istituzioni europee. Non c’è dubbio che in Europa è presente un islam che rigetta il terrorismo e chiede integrazione sociale e culturale nei paesi dove risiede. Ma a causa della frammentazione dei musulmani in ciascuno paese europeo, è difficile udire una loro voce comune, anche all’interno di uno stesso Stato.

L’emergente società civile musulmana è una nebulosa ricca di iniziative, gruppi, organizzazioni, talvolta in concorrenza talaltra in collaborazione . Queste organizzazioni – spesso poco note e poco visibili per il grande pubblico non tanto per desiderio di occultamento, ma per scarsa copertura mediatica e per oggettive difficoltà a partecipare in maniera significativa al dibattito pubblico, apportando un loro contributo alle tematiche emergenti – hanno dato luogo ad una fitta rete di connessioni a livello europeo, tentando di intensificare contatti e coordinamento, facilitate in questo dalle risorse della rete. Nonostante il perdurante radicamento nazionale stanno sviluppando una natura trans-europea che richiederà un maggior coinvolgimento a livello europeo oltre che nazionale. Purtroppo queste associazioni soffrono ancora di una scarsa legittimazione in Europa, principalmente perché gli stessi musulmani non le riconoscono e non le sostengono. Per legittimarsi in Europa, e in ogni paese europeo, dovrebbero cominciare a divenire molto più visibili, mostrando pubblicamente il rifiuto del terrorismo, riflettendo le idee e gli atteggiamenti dei musulmani “dal basso”.

Nel contrasto alla radicalizzazione violenta dei giovani, un ruolo particolarmente rilevante possono svolgere anche i leader religiosi [21]: episodi come gli émeutes del 2000 a Lille-Sud, illustrati da Dounia Bouzar in una ricerca che potremmo considerare già un “classico” in argomento, L’islam des banlieues (Bouzar 2001), bene illustrano come, a fronte del fallimento dei tradizionali meccanismi pubblici di regolazione, figure religiose carismatiche, quale il Rettore della locale moschea, appaiono in grado di svolgere una funzione mediatrice. Molti giovani nati dall’immigrazione giocano la loro integrazione proprio per mezzo della religione islamica e con il supporto di queste particolari figure. La “formula vincente” di questi predicatori è far conoscere ai giovani la religione islamica e stabilire un ponte tra islam e mondo occidentale, mostrando i legami tra le due culture e sostenendo che i musulmani legati al Corano rispettano le leggi del paese in cui vivono.

In sintesi, famiglia, associazioni e leader religiosi rappresentano importanti risorse per fronteggiare il rischio della radicalizzazione violenta dei giovani musulmani; a queste risorse però finora è stata dedicata scarsa attenzione.

4. Conclusioni: centralità di una minoranza 

L’attuale spostamento di masse per lo più islamiche verso l’Europa aumenterà ulteriormente nel lungo periodo la percentuale dei cittadini e/o residenti di cultura (se non di religione) musulmana; il che rende urgente una matura consapevolezza dei rischi, ma anche delle opportunità che si prospettano. La presenza dei musulmani in Europa possiede già caratteri di complessità e di differenziazione che probabilmente nel tempo aumenteranno, sconfessando quel razzismo culturale che considera immutabili culture e civiltà per poter affermare ideologicamente la reciproca inconciliabilità e l’inevitabilità dello scontro.

È auspicabile una crescita politica democratica autonoma delle popolazioni provenienti dalla migrazione da paesi musulmani; questo dovrebbe rendere più agevole la costruzione di uno spazio comune in cui sia possibile per tutti esprimere le proprie richieste in modo che la cittadinanza acquisisca pienamente il suo senso di espressione di partecipazione, di diritti e di responsabilità in direzione del superamento della “doppia assenza”, rappresentata da una marginalità socio-economica e dalla mancanza di adeguati canali politici per esprimere la protesta e veicolare le proprie rivendicazioni. Infatti una reale integrazione comporta una partecipazione volontaria, intenzionale, del soggetto che si pone obiettivi di innovazione e cambiamento, in modo da mutare lo status quo pre-esistente al fine di creare nuove condizioni più adatte alle proprie (individuali e di gruppo) esigenze in un quadro che tenda a privilegiare la ricerca di soluzioni condivisibili e la convergenza su interessi comuni. Sviluppare un clima adeguato a questo non è solo compito delle politiche pubbliche e delle istituzioni, ma chiama in causa tutta la società nelle sue diverse componenti e articolazioni per scongiurare il rischio di attivazione di un circolo vizioso tra radicalismo e islamofobia. 

Di certo non possiamo sottovalutare il fatto che il secolarismo europeo e lo strisciante sospetto verso l’islam così come la crisi delle società musulmane rendono problematica la legittimazione della voce dei musulmani europei; d’altra parte però proprio valorizzando anche gli aspetti politici di una piena cittadinanza possiamo sostenere una loro migliore integrazione. Forti della consapevolezza che i nuovi flussi migranti sono attratti dallo spazio di diritto e di sicurezza che assicura l’Europa, non possiamo che continuare a difendere e a sostenere i valori della nostra comune cultura europea – specialmente quelli che trovano espressione in sistemi di tutele dei diritti fondamentali, della democrazia e delle libertà – e i metodi che l’Unione offre per realizzarli. Non abdicando ad essi, ma chiedendo per essi adesione e rispetto al fine di collaborare ad una crescita collettiva, è possibile inventare nuove forme di solidarietà, distaccate da una cultura particolare e basate sulla condivisione dei diritti e dei doveri di una cittadinanza comune (Hagi, Khadraoui e Mejiri 2014).

[1] L’Andalusia e la Sicilia conobbero una lunga dominazione musulmana, buona parte del territorio dell’attuale Portogallo è stato dal secolo VIII al XIII sotto il controllo musulmano con il nome di Al-Garb Al-Andalus (ovest dell’Andalusia), mentre vaste aree dell’Europa dell’Est e dei Balcani furono governate dall’impero Ottomano. Infine in alcuni paesi baltici e in Polonia  da secoli si è registrata la presenza di una minoranza tatara, musulmani sunniti molto ben integrati.

[2] La finanza islamica segue la sharia, la legge islamica, che fissa in materia di finanza alcuni principi capitali: riba (divieto del tasso d’interesse); gharar (divieto dell’incertezza);maysir (divieto della speculazione); haram (vietato) vs. halal (consentito); zakāt (la tassa islamica di solidarietà). Il divieto di chiedere interessi (riba), considerati una forma di usura, la condivisione dei rischi e dei profitti tra creditore e debitore e, infine, l’obbligo di appoggiare tutte le transazioni finanziarie su di un attivo reale di fatto escludono il ricorso a prodotti derivati. In argomento vds. Maniscalco (2009).

[3] Non bisogna poi dimenticare la presenza di europei convertiti all’islam, fenomeno attualmente in espansione. Per un approfondimento sulla Germania, ma con indicazioni valide anche per altri paesi europei, cfr. Özyürek (2014).

[4] Tra questi fondamentali appaiono le questioni di genere, tra cui lo status della donna; cfr. Maniscalco (2012 b) e Silvestri (2014).

[5] Gli unici attacchi contro un paese europeo furono gli attentati in Francia tra il 1994-1995 ad opera di algerini, a causa del supporto francese al governo algerino durante la guerra civile di quegli anni; cfr. Kepel (2002).

[6] L’imam del Centro, Anwar Shabaan, era il leader del battaglione degli stranieri in Bosnia.

[7] The 9/11 Commission Report: Final Report of the National Commission on Terrostits Attacts upon the United States,  New York, Norton, 2004.

[8] Anche a causa delle espulsioni dei nuclei di militanti che erano per lo più immigrati di prima generazione, il fenomeno cambiò volto. Un’analisi approfondita dei meandri dell’islam radicale jihadista in Europa e nel mondo arabo è lo studio di Khosrokhavar (2014).

[9] I più noti sono il caso del cittadino libico Mohammed Game che nel 2009 tentò di far esplodere un ordigno davanti alla caserma Santa Barbara di Milano, della studentessa inglese Roshonara Choudhry che nel 2010 accoltellò un membro del Parlamento, e del giovane di origini kosovare Arid Uka che nel marzo 2011 sparò ad un gruppo di militari americani in transito nell’aeroporto di Francoforte, uccidendone due.  

[10] In particolar modo il salafismo, che a partire dall’inizio del nuovo millennio nelle sue differenti espressioni è divenuto un pilastro della re-islamizzazione in Europa, abbraccia il “mito della decadenza” e il corrispettivo desiderio del ritorno all’età gloriosa del primo islam. In uno studio sull’attrazione che esercita sui giovani, diversi autori concordano nel ritenere significativo il fatto che veicoli un senso di appartenenza ad una élite di “puri”; per questo, quanti si sentivano (mentalmente) marginali giungono a percepirsi come “eletti”, privilegiati in quanto ritengono di avere accesso ad una verità assoluta. Cfr. Meijer (2009).

[11] Il riferimento è ai vari movimenti di protesta dagli Indignados a Occupay Wal Street per giungere ai Black Bloc che praticano la guerriglia urbana. Cfr. Maniscalco (2012 a). In letteratura, la radicalizzazione viene spesso considerata come l’articolazione tra un’ideologia estremista e un’azione violenta più o meno organizzata. Sono possibili molte forme di azione violenta senza ideologia (criminalità, violenza privata…) mentre in alcuni l’adesione ad una ideologia estremista non necessariamente comporta il passaggio ad azioni violente. Solo quando ideologia e azione si coniugano si può parlare di radicalizzazione in senso proprio. Cfr. Bronner (2009).

[12] Si pensi ad alcune posizioni dell’estrema destra; l’esempio più significativo delle possibili derive violente di aderenti a queste ideologie è il caso di Anders Behring Breivik che uccise 77 persone e ne ferì 151 il 22 luglio del 2011, in Norvegia.

[13] Per la letteratura accademica sulla radicalizzazione dei musulmani europei cfr. Dalgaard-Nielsen (2010).

[14] A voler tracciare delle linee generali ogni processo di radicalizzazione può essere suddiviso in varie fasi al cui termine estremo si pone la violenza. Una prima consiste in un contesto sociale e personale tale da causare un profondo disagio negli individui; una seconda implica una scelta ideologica (talvolta anche religiosa) attiva che “risignifica” la vita; una terza si realizza con la maturazione della convinzione di dover operare un cambiamento sociale; infine il percorso si conclude con l’assunzione di un impegno personale che può prevedere l’uso della violenza . Ne consegue che se non tutti i processi di radicalizzazione conducono alla violenza, sicuramente predispongono un terreno ad essa favorevole. 

[15] L’esperienza ha dimostrato che gli istituti penitenziari hanno avuto un ruolo significativo, tanto in Europa che altrove, nella diffusione di ideologie jihadiste; essi costituiscono un ambiente particolarmente idoneo per il reclutamento dei terroristi, sia per la loro particolare struttura che per le specifiche condizioni di vita che impongono ai detenuti un doppio stato di coazione: l’isolamento dalla società, dalla famiglia e dalle amicizie da un lato e un severo regime di regole dall’altro.

[16] Si pensi alle forme di divertimento particolarmente rischiose come il balconing e il planking spesso messe in atto sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o di alcool, ai fenomeni violenti legati alla movida notturna, al tifo calcistico, al bullismo, alla bande giovanili per giungere ai rapporti sessuali non protetti, all’uso di sostanze psicotrope, al consumo eccessivo di alcool in età giovanissima e così via.

[17] In alcuni studi sui giovani nati dall’immigrazione già da molti anni è emersa chiara la tensione tra l’immagine sociale modesta e collegata ad occupazioni umili dei genitori e l’acculturazione agli stili di vita e alle rappresentazioni delle gerarchie occupazionali acquisita nel processo di socializzazione. Secondo una grande inchiesta condotta in Francia da Michèle Tribalat, i giovani maschi algerini sono risultati più sensibili delle ragazze all’immagine svalorizzata dei padri e impegnati con ogni mezzo a sfuggire al “destino” di riprodurla. Cfr. Tribalat (1995).

[18] Sul ruolo delle narrazioni politiche nell’interno delle famiglie cfr. Sodano (2013).

[19] Per il caso della società civile tunisina all’estero cfr. Mejiri (2015). 

[20] Secondo Festinger (1957), quando un soggetto si confronta con una realtà esterna che è in netto contrasto con il suo universo mentale vive una dissonanza che tende a  risolvere attraverso l’affermazione rafforzata dell’uno o dell’altro aspetto del contrasto.

[21] Sull’importanza di queste figure è stata da tempo richiamata l’attenzione a livello internazionale; tra le più recenti iniziative si può segnalare il “Forum on the Role of Religious Leaders in Preventing Incitement that could Lead to Atrocity Crimes” organizzato dalle Nazioni Unite in Marocco nell’aprile 2015 e la relativa Dichiarazione di Fez. 

Editoriali

Diritto alla privacy e lotta al terrorismo nello spazio costituzionale europeo

di Salvatore Bonfiglio

La rivoluzione digitale sta segnando fortissimi cambiamenti, che sono in un certo senso paragonabili per importanza a quelli che si registrarono dopo la rivoluzione industriale tra il XVIII e il XIX secolo. Non è un caso che, com’è noto, proprio alla fine dell’Ottocento fu teorizzato il right of privacy definito, in un noto articolo di Warren e di Brandeis [1], come right to be let alone. Nella società industriale l’anonimato urbano fece sorgere nelle persone e, soprattutto, nella borghesia cittadina, il desiderio di difendere l’intimità privata contro l’ingerenza dei giornali. 

di Lina Panella

Il 28 giugno 2012 il Comitato dei diritti dell’uomo della Società italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI) ha organizzato un convegno in memoria della prof.ssa Maria Rita Saulle, ad un anno dalla scomparsa, dal titolo “I diritti umani nella giustizia costituzionale ed internazionale”. Alla presenza del marito prof. Francesco Durante e di numerosissimi colleghi sia del mondo accademico che della Corte Costituzionale, la poliedrica figura della prof.ssa Saulle è stata  ricordata a quanti hanno avuto il privilegio di  conoscerLa e lavorare al Suo fianco con alcune relazioni  scientifiche su particolari problematiche  che  erano state Suo oggetto di indagine privilegiato.

di  Marco Ruotolo

In un illuminante saggio del 2001, Alessandro Baratta affermava che l’enucleazione di un “diritto fondamentale alla sicurezza” non può essere altro che il “risultato di una costruzione costituzionale falsa o perversa” . Se tale preteso diritto si traduce nella “legittima domanda di sicurezza di tutti i diritti da parte di tutti i soggetti”, la costruzione è “superflua” e comunque la terminologia è fuorviante. Siamo, infatti, nel campo della “sicurezza dei diritti” o del “diritto ai diritti”, identificabile anche come “diritto umano ai diritti civili”, non già in quello proprio del “diritto alla sicurezza”. Se, invece, parlando di diritto alla sicurezza si intende selezionare “alcuni diritti di gruppi privilegiati e una priorità di azione per l’apparato amministrativo e giudiziale a loro vantaggio”, la costruzione è “ideologica”, funzionale ad una limitazione della sicurezza dei diritti attraverso l’artificio del “diritto alla sicurezza”.