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Centro studi e ricerche IDOS, Dossier Immigrazione 2017

Centro studi e ricerche IDOS, Dossier Immigrazione 2017

Il Dossier Statistico Immigrazione 2017, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS e, per il terzo anno consecutivo, con il Centro Studi Confronti e con il sostegno dei fondi dell’Otto per Mille della Chiesa valdese - Unione delle chiese metodiste e valdesi e con la collaborazione dell’UNAR, giunge alla 27a edizione nel 20° anniversario della scomparsa di mons. Luigi Di Liegro, sacerdote che diede il suo convinto appoggio a una strategia informativa impostata sui dati statistici, ancora oggi spesso disattesa.

L’impegno attuale resta quindi quello di far prevalere l’oggettività dei dati sulle percezioni, che addirittura hanno indotto a pensare che gli stranieri fossero pari al 30% della popolazione (indagine Ipsos-Mori 2015). Vanno maggiormente ascoltate e valorizzate le “voci di confine”, come auspicato da un progetto di comunicazione che l’Ong Amref, insieme a molte altre organizzazioni tra cui IDOS, porta avanti con il sostegno dell’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.

NON SOLO SBARCHI

Al 31 dicembre 2016 il numero dei cittadini stranieri residenti in Italia (5.047.028) è aumentato di appena 20.875 persone rispetto al 2015; eppure tra sbarchi, altri flussi in arrivo e cancellazioni anagrafiche, i movimenti migratori hanno interessato quasi 1 milione di persone. L’esiguo aumento netto di questa popolazione è stato anche determinato dal gran numero di acquisizioni della cittadinanza italiana. Tra i 5 milioni di residenti stranieri, 3.509.805 sono i non comunitari. Tuttavia, l’archivio dei permessi di soggiorno ne attesta 206.866 in più, costituiti soprattutto da nuovi arrivati, ancora in attesa di essere registrati come residenti. Tenuto conto del divario tra arrivi regolari e registrazioni anagrafiche, che riguarda anche i cittadini comunitari, la stima della presenza straniera regolare complessiva è – secondo il Dossier – di 5.359.000 persone. Da notare che gli italiani all’estero sono 5.383.199 secondo le Anagrafi consolari (aumentati di oltre 150mila unità rispetto al 2015). Sono invece 2.470.000 le famiglie con almeno un componente straniero (in 7 casi su 10 nuclei con soli stranieri), che nel 50% dei casi sono unipersonali e per un altro 30% sono coppie con figli (a loro volta, nella metà dei casi, monoreddito).

Tra il 2007 e il 2016 la popolazione straniera residente in Italia è aumentata di 2.023.317 unità e nel solo 2016 sono state 262.929 le persone registrate in provenienza dall’estero. Oltre agli ingressi temporanei, sono continuati i flussi in entrata per insediamento stabile: il maggior numero di visti è stato rilasciato per motivi familiari (49.013), studio (44.114), lavoro subordinato (17.611), motivi religiosi (4.066), adozione (1.640) e residenza elettiva (1.274) e, in totale, sono stati rilasciati 131.559 visti nazionali che autorizzano a una permanenza superiore ai 3 mesi. Seppure estremamente ridotte, le quote programmate per i nuovi lavoratori non comunitari sono state 13.000 per gli stagionali e 17.850 per tutti gli altri comparti, in larga misura (14.250) riservate a cittadini già presenti in Italia e interessati a convertire il proprio titolo di soggiorno (ad esempio, da studio a lavoro).

Intanto, gli arrivi in Italia via mare sono passati dai 153.842 del 2015 ai 181.436 del 2016 (+17,9%) e le richieste d’asilo, secondo Eurostat, da 84.085 a 122.960 (+46,2%). L’Italia si colloca a livello mondiale subito dopo la Germania, gli Stati Uniti, la Turchia e il Sudafrica per domande d’asilo ricevute (Unhcr). In particolare tra gli sbarcati, i minori non accompagnati sono stati 25.843, mentre sono 6.561 quelli che, censiti, si sono poi resi irreperibili. Si sono invece trasferiti all’estero, cancellandosi dalle anagrafi comunali, 42.553 cittadini stranieri e 114.512 italiani. In entrambi i casi si tratta di una sottostima dei movimenti reali. L’Istat ha cancellato d’ufficio (in quanto irreperibili) altri 122.719 stranieri,mentre, sulla base degli archivi dei paesi nei quali si sono indirizzati in prevalenza gli emigrati italiani (Germania e Regno Unito), il Dossier stima che, complessivamente, nel 2016 siano espatriati almeno 285.000 italiani. Sono poco meno di 200 le nazionalità degli stranieri residenti in Italia. I cittadini comunitari sono il 30,5% (1.537.223, di cui 1.168.552 romeni, che hanno in Italia il loro maggiore insediamento),mentre 1,1 milioni provengono dall’Europa non comunitaria. Africani e asiatici sono, rispettivamente, poco più di 1 milione. Solo 13 paesi hanno più di 100.000 residenti: Romania, Albania, Marocco,Cina, Ucraina, Filippine, India, Moldavia, Bangladesh, Egitto, Pakistan,Sri Lanka e Senegal.

ANDAMENTO DEMOGRAFICO E IMMIGRAZIONE

Nel 2016, tra i cittadini italiani le morti sono prevalse sulle nascite di 204.675 unità (tendenza in corso da diversi anni). Anche l’intera popolazione residente (italiani e stranieri) è diminuita (-76.106)seppure in maniera più contenuta grazie alla compensazione assicurata dai nuovi arrivi (per quanto meno numerosi rispetto al passato) e alle nascite da genitori stranieri (69.379, il 14,7% del totale).Secondo le previsioni demografiche dell’Istat, tale scenario caratterizzerà l’intero periodo 2011-2065. L’ipotesi più probabile (scenario mediano) prevede 300mila ingressi netti annui dall’estero all’inizio del periodo e 175mila alla fine. Nel corso di questo mezzo secolo la dinamica naturale sarà negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite e 40 milioni di decessi) e quella migratoria sarà positiva per 12 milioni(17,9 milioni di ingressi e 5,9 milioni di uscite). Il margine d’incertezza finale è tutto sommato contenuto: le entrate si collocano tra i 16,7 milioni nell’ipotesi bassa e i 19,3 milioni nell’ipotesi alta, mentre le uscite tra i 5 e i 7 milioni.Complessivamente, la popolazione residente non diminuirà e si assesterà sui 61,3 milioni, ma sarà molto diversa la sua composizione: l’incidenza degli ultra 65enni sfiorerà il 33%, si ridurranno i minori e le classi di popolazione in età lavorativa, aumenterà l’incidenza degli stranieri.Alla fine del periodo potranno essere 14,1 milioni i residenti stranieri e 7,6 milioni i cittadini italiani di origine straniera: nell’insieme più di un terzo della popolazione. Alla luce di queste precisazioni a preoccupare maggiormente dovrebbe essere la scarsa capacità dell’Italia di attrarre e integrare i cittadini dall’estero.

UN MERCATO OCCUPAZIONALE ANCORA NON SODDISFACENTE

L’andamento dell’economia nel 2016 è stato positivo per il terzo anno consecutivo, anche se il Pil è ancora di 7 punti percentuali al disotto dei livelli pre-crisi. Il bilancio occupazionale è stato positivo peril settore agricolo e per le collettività più attive nel commercio e nelle piccole attività autonome (cinesi, bangladesi, pakistani, egiziani).Gli occupati con cittadinanza straniera sono aumentati a 2.401.000 (+42.000 unità), con un’incidenza del 10,5% sul totale. Si sono concentrati per i due terzi nei servizi (66,4%), quindi nell’industria (27,5%) e solo in maniera residuale nel settore agricolo (6,1%). Il tassodi occupazione è leggermente risalito (59,5%) e, seppure più basso rispetto al passato, supera di due punti percentuali quello degli italiani.Le donne sono il 44,8% degli occupati stranieri (incidenza in calo).Diversi sono gli aspetti del loro inserimento subalterno. Per oltre i due terzi svolgono professioni non qualificate o operaie (appena il 6,7% professioni qualificate). Sono spesso sovraistruiti rispetto alle mansioni svolte (lo è il 37,4% contro il 22,2% degli italiani), mentre 1 su 10 è sottoccupato. La loro retribuzione (in media 999 euro netti mensili) è inferiore del 27,2% rispetto a quella degli italiani e l’anzianità di servizio attenua poco questo divario.

L’archivio dell’Inail, a complemento dei dati Istat, rileva che i loro posti si ridurrebbero all’84,3% se dovessero essere equiparati a posti di lavoro a tempo pieno e indeterminato. In media, nel 2016, i lavoratori nati all’estero hanno avuto 1,8 assunzioni ciascuno, trattandosi per lo più di lavori intermittenti. Due collettività sono l’esempio di due opposti modelli di inserimento: gli indiani, impiegati per lo più in agricoltura,settore esposto strutturalmente alla stagionalità; i filippini, addetti in prevalenza all’assistenza domestica e familiare, un impegno a carattere continuativo.I disoccupati stranieri sono leggermente diminuiti, sia in valori assoluti(437.000 cioè 19.000 in meno in un anno) sia in valori percentuali (tasso del 15,4%, quasi doppio rispetto all’inizio della crisi, mentre per gli italiani è dell’11,2%), ma non nel Mezzogiorno. Le donne prevalgono tra i disoccupati (51,5%), il 45,3% dei quali è anche genitore.

A impiegare quasi i tre quarti (73,4%) degli immigrati occupati in Italia sono le micro-imprese (quelle fino a un massimo di 9 addetti),seppure a bassa tecnologia e scarsamente concorrenziali. Il Dossier 2017 offre dei focus su alcuni comparti occupazionali:

• agricoltura: i 345.015 lavoratori nati all’estero hanno svolto il 25% di tutte le giornate lavorative dichiarate in questo ramo diattività nel 2016. Il settore resta però esposto allo sfruttamento, nonostante per contrastarlo sia stata varata una legge più severa (n.199 del 2016);

• lavoro domestico: 739mila gli occupati, di cui i tre quarti stranieri. Nell’ultimo biennio, mentre gli stranieri sono diminuiti di 54.000 unità, vi è stato un lieve aumento del personale italiano (12.000);

• settore turistico: presso le 312mila imprese complessivamente operanti nel comparto si contano 1,7 milioni di posti di lavori diretti e 900mila nell’indotto; gli occupati nati all’estero in alberghi e ristoranti(242.447) hanno inciso per il 23,2% su tutti gli occupati del settore (ma per oltre il 28,5% sui nuovi assunti).Tra gli occupati stranieri il 13,4% svolge un lavoro autonomo-imprenditoriale(tra i cinesi il 50,4%). Alla fine del 2016 sono 571.255 le imprese a gestione immigrata (+3,7% in un anno rispetto a -0,1%delle imprese gestite da italiani, da anni in diminuzione); di queste,453.000 sono a carattere individuale. L’incidenza sul totale sfiora il 10% (9,4%), ma sale al 16,8% tra le nuove imprese. È alta anche la percentuale di imprese immigrate su quelle che nell’anno hanno cessato l’attività (12,0%), per cui, nell’insieme, si evidenzia una maggiore vitalità e un più elevato turn over.

Nonostante il positivo andamento, soprattutto in diversi territori metropolitani del Mezzogiorno (Napoli, Reggio Calabria e Palermo, in primis), sono le regioni del Centro-Nord a segnalarsi per consistenza dell’imprenditoria immigrata. Le collettività più coinvolte sono, nell’ordine, Marocco, Cina, Romania e Albania, con sensibili differenziazioni nella distribuzione per settori di attività.Nel 2015 gli occupati stranieri hanno prodotto una ricchezza di 127 miliardi di euro, vale a dire l’8,8% della ricchezza complessiva,e hanno dichiarato in media redditi di 11.752 euro annui a testa, paria un totale di 27,3 miliardi di euro. Essi hanno versato Irpef per 3,2 miliardi di euro, in media 2.265 euro a testa (gli italiani 5.178 euro).È in continua crescita anche l’inserimento bancario degli immigrati.

Per il Cespi nel 2015 erano 2.515.100 i conti correnti intestati a cittadini immigrati presso le banche italiane e Banco Posta, con il coinvolgimento del 73% della popolazione adulta (nel 45% dei casi donne). L’evoluzione è stata positiva anche per quanto riguarda altri prodotti bancari, creditizi e assicurativi.Continua a essere notevole il beneficio finanziario assicurato dagli immigrati ai conti pubblici, compreso tra 2,1 e 2,8 miliardi di euro a seconda del metodo di calcolo. Si tratta di una valutazione condotta da diversi anni dagli esperti di IDOS e della Fondazione Leone Moressa. Considerata la più giovane età degli immigrati, l’Italia potrà contare ancora per molti anni su questo vantaggio.

A livello mondiale i migranti, con le loro rimesse verso i paesi invia di sviluppo (429 miliardi di dollari nel 2016, 11 miliardi in meno rispetto al 2015) sostengono circa 800 milioni di familiari (ben 1 su 7 tra tutti gli abitanti nel mondo); in Italia i 5,6 miliardi di euro inviati nel 2016 risultano in diminuzione da 6 anni consecutivi (erano stati di 7 miliardi nel 2011). Circa la metà di questo flusso va nelle aree rurali,quelle più povere.

INTEGRAZIONE NON ADEGUATAMENTE SOSTENUTA

La posta in gioco delle politiche migratorie riguarda non solo l’accoglienza dei richiedenti asilo e l’impegno per promuovere l’occupazione,ma anche altri aspetti dell’integrazione. L’Italia appare come un cantiere in cui i lavori risultano in ritardo e talvolta neppure avviati.

La tendenza all’insediamento stabile dei cittadini stranieri è attestata dal crescente aumento dei titolari di un permesso Ue di lungo periodo (pari al 63,0% di tutti i soggiornanti non comunitari), come anche dal numero delle nuove nascite da genitori stranieri (69.379,un settimo di tutti i nati nell’anno), dei ricongiungimenti familiari(50.000 visti richiesti, come già ricordato) e dall’incidenza complessiva dei minori (20,6% tra i residenti stranieri e 21,9% tra i soggiornanti non comunitari).

Significativo è anche l’ulteriore aumento degli stranieri che hanno acquisito la cittadinanza italiana, più per naturalizzazione (che presuppone 10 anni di residenza previa) che a seguito di matrimoni con cittadini italiani (17.692 nel 2015). Tali acquisizioni, da appena 35.266 nel 2006 sono salite a 178.935 nel 2015 e a 201.591 nel 2016(in tutta l’Ue 841mila nel 2015, con un ritmo meno vivace rispetto a quello in atto in Italia). L’ulteriore rinvio della riforma della legge 81/1992 sulla cittadinanza risulta ancora più inescusabile se si tiene conto dell’elevata quota di giovani stranieri nati in Italia. Per doverosa precisazione va detto che, contrariamente a quanto spesso si crede, sono relativamente ridotti gli oriundi residenti all’estero che hanno conseguitola cittadinanza italiana jure sanguinis: 166.464 tra tutti gli iscritti all’Aire alla fine del 2016.

La legge n. 97/2013, in applicazione delle direttive europee n. 2004/38/Ce, n. 2003/109/Ce e n. 2004/83/Ce, al fine di evitare un procedimento di infrazione ha disposto, tardivamente, il superamento delle barriere di accesso ai settori del pubblico impiego ma, purtroppo,è ancora poco applicata. Pertanto, è opportuno abituarsi al nuovo volto della società del futuro, con persone straniere o di origine straniera impiegate nei ministeri, negli enti locali e nei diversi uffici pubblici.Un caso particolare è quello della pratica sportiva, per la quale nel passato era richiesta la cittadinanza e attualmente si continua a insistere sulla titolarità del soggiorno, nonostante gli interventi di censura della giurisprudenza. Un caso limite è stata, in alcuni sport, l’esclusione di chi non è cittadino italiano nel comporre la graduatoria per l’assegnazione dei premi. Invece qualche federazione sportiva, come quella dell’hockey, si è basata sul concetto di jus soli sportivo per consentire ai minori stranieri nati in Italia di tesserarsi indipendentemente dalla regolarità del soggiorno dei genitori. Nel solco di queste aperture è seguita l’approvazione della legge n. 12 del 20 gennaio 2016, che consente ai minori stranieri, regolarmente residenti in Italia almeno dal compimento del decimo anno di età, di tesserarsi presso le federazioni sportive con le stesse procedure previste per i cittadini italiani.

LA CONVIVENZA INTERRELIGIOSA: OBIETTIVO POSSIBILE

Per il 2016 IDOS ha aggiornato la stima delle appartenenze religiose degli immigrati, così caratterizzate:

• colpisce la crescente consistenza del pluralismo religioso: la Moschea di Roma Monte Antenne è la più grande d’Europa, così come lo sono il Centro Culturale Ikeda per la Pace di Milano della comunità buddhista, inaugurato nel 2016, e il Tempio di Settebagni, alle porte di Roma, della comunità mormone (Chiesa di Gesù e dei Santi degli ultimi giorni);

• dai primi anni del 2000 persiste la netta prevalenza dei cristiani (53,0%), tra i quali gli ortodossi sono i più numerosi, seguiti dai cattolici e dai protestanti (rispettivamente circa 1,5 milioni, quasi 1 milione e più di 250.000 tra protestanti e altre comunità cristiane);

• la rilevante incidenza dei musulmani, pari a un terzo dell’intera presenza straniera (1,6 milioni di persone), non giustifica il timore di un’invasione e l’atteggiamento conto l’islam;

• è discreta la presenza di fedeli di religioni orientali (tra gli altri,induisti 150.800 e 3,0% del totale, buddhisti 113.900 e 2,3%),senza contare i gruppi religiosi minori e gli atei;• sono diffuse le iniziative di dialogo ecumenico e interreligioso, da considerare efficaci per arginare il terrorismo e favorire l’inserimento,tenuto conto che tutte le comunità religiose, con la rete dei loro luoghi di culto, sono anche promotrici di attività sociali e culturali funzionali all’inserimento.

Ogni autentica comunità di fede non può che contrastare il “nativismo religioso” e praticare l’apertura a tutti i credenti, come ha fatto papa Francesco recandosi nel 2016 in Svezia per commemorare i 500 anni dalle tesi di Lutero a Wittenberg e, ad aprile 2017, in Egitto per incontrarsi con il Grande Imam dell’Università El Azhar del Cairo. È stato un segno di questa apertura l’istituzione di un Consiglio peri rapporti con l’Islam italiano da parte del Ministero dell’Interno, che ha portato alla firma, nel febbraio 2017, di un “Patto nazionale per un Islam italiano”, sottoscritto dalle più importanti organizzazioni musulmane cui fanno capo le moschee.

PREPARARSI AL FUTURO CONIUGANDO CONTROLLO DEI FLUSSI E SOLIDARIETÀ

A luglio 2017 i migranti nel mondo sono 253 milioni (aggiornamento IDOS della stima Onu), mentre annualmente sono 2,3 milioni le persone che emigrano nei paesi a sviluppo avanzato. Da qui a metà secolo aumenterà la popolazione mondiale (da 7,5 a 9,8 miliardi:in media 70 milioni in più all’anno) mentre interverrà il raddoppio della popolazione africana (da 1,2 a 2,5 miliardi) e quasi il raddoppio del numero dei migranti.I flussi aumenteranno anche verso l’Italia. Secondo un’indagine Gallup del 2017, un terzo della popolazione subsahariana e un quarto dei residenti nell’Europa non comunitaria vorrebbe emigrare. Nel gruppo dei paesi maggiormente destinatari di questi potenziali flussi si colloca anche l’Italia. Sono 14 milioni i potenziali migranti verso l’Italia, paese considerato appetibile (al 9° posto tra tutte le destinazioni).

È noto che in Italia il 6,3% delle famiglie si trova in condizioni di povertà assoluta (tra le quali molte di immigrati), ma il suo Pil pro capite annuo è di 38.912 dollari, mentre non arriva a 5.000 euro in Africa e anche nella vicina Moldavia.Prepararsi alle prospettive di convivenza interculturale significa superare l’intolleranza, a partire da quella manifestata contro i rom,verso i quali sarebbe ostile l’85% della popolazione italiana (ricerca del Pew Research Center, Spring 2014 Global Attitudes Survey). Sempre più sulla rete imperversano i discorsi di odio online contro tutti gli immigrati. Questo atteggiamento viene argomentato sulla base della loro accentuata propensione al crimine, mentre, secondo il trend storico comparativo a livello europeo, la situazione italiana non è così negativa:secondo Eurostat, il tasso di criminalità per 100mila abitanti è più basso tra gli stranieri che tra gli italiani (500,26 per i primi e1.076,50 per i secondi); inoltre, l’archivio interforze del Ministero dell’Interno attesta che, sia per gli uni che per gli altri, nel 2016, le denunce sono diminuite rispetto all’anno precedente, mentre nel periodo 2008-2015, secondo Eurostat, quelle contro italiani sono aumentate del 7,4% e quelle contro stranieri sono diminuite dell’1,7%.

La presenza degli immigrati e dei profughi non comporta solo problemi. Presentando il bilancio 2016, il presidente dell’Inps Tito Boeri ha sottolineato che senza immigrati il paese nei prossimi 22 anni potrebbe risparmiare 35 miliardi di euro di prestazioni a loro destinate (la cui incidenza più elevata riguarda le integrazioni salariali, le prestazioni di disoccupazione, quelle per i nuclei familiari e gli assegni assistenziali, mentre sono minimali gli esborsi per prestazioni pensionistiche su base contributiva), ma così facendo rinuncerebbe a 73 miliardi di entrate contributive, con una perdita netta di 38 miliardi di euro.Bisogna riconoscere anche i vantaggi che l’immigrazione comporta, senza propendere a priori per la diffidenza e la chiusura. In un contesto così problematico gli immigrati sentono l’esigenza di una maggiore tutela, che si traduce in una massiccia iscrizione ai sindacati per le vertenze di lavoro (928.620 iscritti ai sindacati Cgil, Cisl e Uil, con una incidenza del 7,9% sul totale, pensionati inclusi) e agli istituti di patronato per l’assistenza nelle pratiche previdenziali (hanno inciso per un quinto sui 14 milioni di pratiche svolte nel 2016 dai patronati Acli, Inca-Cgil, Inas-Cisl e Ital-Uil del Centro Patronati). Merita più attenzione anche il trattamento dei migranti comunitari, come ha chiesto l’Unione europea con la Direttiva 2014/54/Ue, solo da ultimo entrata in vigore in Italia.

Nonostante le carenze riscontrate, non è giusto presentare il paese solo come un ricettacolo dei peggiori comportamenti negativi nei confronti degli immigrati e dei profughi. I capitoli del Dossier 2017 dedicati alle regioni riferiscono su una serie di buone prassi. Ad esempio, il Molise da solo ha accolto 3.452 richiedenti asilo. Nell’accoglienza si sono segnalati diversi piccoli comuni,come quello ligure di Pornassio (Imperia) che ospita 173 rifugiati.

A Torino il 6 maggio 2017, nel quartiere a ridosso del mercato all’aperto più grande d’Europa, è stata celebrata la laurea degli studenti universitari di origine straniera, un segno dell’internazionalizzazione del diritto allo studio e di apertura alle seconde generazioni. In Liguria i nuovi migranti, nonostante il loro recente arrivo, hanno compreso l’opportunità di inserirsi nell’associazionismo di solidarietà sociale, sui cui iscritti incidono per il 3%.Questi e altri esempi confermano che la convivenza è possibile e fruttuosa, ma non scontata. I decisori pubblici sono chiamati ad assicurare un supporto strutturale: all’interno del paese,promuovendo uno sviluppo più inclusivo e socialmente orientato;a livello internazionale, coniugando meglio il controllo dei flussi con la solidarietà.

“Chi ragiona concretamente è consapevole che la situazione è difficile e che sono necessari coraggio e lungimiranza, facendo perno sulla memoria del grande esodo (tra l’altro da poco ripreso) che ha caratterizzato in passato l’Italia. Il percorso è difficile ma percorribile”: questa la tesi sostenuta dai Centri Studi IDOS e Confronti nell’introduzione al Dossier 2017.

Editoriali

Diritto alla privacy e lotta al terrorismo nello spazio costituzionale europeo

di Salvatore Bonfiglio

La rivoluzione digitale sta segnando fortissimi cambiamenti, che sono in un certo senso paragonabili per importanza a quelli che si registrarono dopo la rivoluzione industriale tra il XVIII e il XIX secolo. Non è un caso che, com’è noto, proprio alla fine dell’Ottocento fu teorizzato il right of privacy definito, in un noto articolo di Warren e di Brandeis [1], come right to be let alone. Nella società industriale l’anonimato urbano fece sorgere nelle persone e, soprattutto, nella borghesia cittadina, il desiderio di difendere l’intimità privata contro l’ingerenza dei giornali. 

di Lina Panella

Il 28 giugno 2012 il Comitato dei diritti dell’uomo della Società italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI) ha organizzato un convegno in memoria della prof.ssa Maria Rita Saulle, ad un anno dalla scomparsa, dal titolo “I diritti umani nella giustizia costituzionale ed internazionale”. Alla presenza del marito prof. Francesco Durante e di numerosissimi colleghi sia del mondo accademico che della Corte Costituzionale, la poliedrica figura della prof.ssa Saulle è stata  ricordata a quanti hanno avuto il privilegio di  conoscerLa e lavorare al Suo fianco con alcune relazioni  scientifiche su particolari problematiche  che  erano state Suo oggetto di indagine privilegiato.

di  Marco Ruotolo

In un illuminante saggio del 2001, Alessandro Baratta affermava che l’enucleazione di un “diritto fondamentale alla sicurezza” non può essere altro che il “risultato di una costruzione costituzionale falsa o perversa” . Se tale preteso diritto si traduce nella “legittima domanda di sicurezza di tutti i diritti da parte di tutti i soggetti”, la costruzione è “superflua” e comunque la terminologia è fuorviante. Siamo, infatti, nel campo della “sicurezza dei diritti” o del “diritto ai diritti”, identificabile anche come “diritto umano ai diritti civili”, non già in quello proprio del “diritto alla sicurezza”. Se, invece, parlando di diritto alla sicurezza si intende selezionare “alcuni diritti di gruppi privilegiati e una priorità di azione per l’apparato amministrativo e giudiziale a loro vantaggio”, la costruzione è “ideologica”, funzionale ad una limitazione della sicurezza dei diritti attraverso l’artificio del “diritto alla sicurezza”.