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Centro studi e ricerche Idos, Dossier Statistico Immigrazione 2016

Centro studi e ricerche Idos, Dossier Statistico Immigrazione 2016

Scopo del Dossier Statistico Immigrazione, annuario del Centro studi e ricerche Idos (realizzato in collaborazione con la rivista interreligiosa Confronti, esperti di diverse altre organizzazioni e, per il secondo anno, col sostegno del Fondo Otto per Mille delle Chiese metodiste e valdesi) è favorire un livello adeguato di consapevolezza dei fenomeni migratori da parte dell’opinione pubblica, tuttora esposta al rischio di chiusure pregiudiziali.

Una narrazione più equilibrata mostra che l’immigrazione dà un apporto, a livello mondiale, alla cooperazione e al co-sviluppo e, a livello nazionale, alle esigenze demografico-previdenziali ed economico-occupazionali.

POTENZIALITÀ DELLE MIGRAZIONI PER LO SVILUPPO A LIVELLO MONDIALE

I migranti nel mondo sono ulteriormente aumentati, salendo a 244 milioni, spostatisi volontariamente (in prevalenza per ragioni di lavoro e di famiglia) o meno. I migranti forzati nel 2015 sono risultati essere ben 65,3 milioni tra richiedenti asilo, rifugiati e profughi, un picco mai raggiunto in precedenza: tra costoro sono 21,3 milioni i rifugiati e 3,2 milioni i richiedenti asilo in attesa di una decisione sulla loro domanda. Ogni minuto, secondo una stima dell’Unhcr, 24 persone nel mondo sono costrette a lasciare la propria casa per sfuggire a una situazione insostenibile di bisogno o per evitare il pericolo di morte o di privazione della libertà. Nelle attuali situazioni questi flussi sono in larga misura ineliminabili perché, allo strascico lasciato dal passato coloniale, si aggiungono pesanti fattori strutturali: guerre, scontri politici interni, autoritarismi dei dirigenti locali, corruzione e condizionamenti dall’esterno, dissesti finanziari, disastri naturali e persecuzioni di varia natura.

I paesi di origine hanno in parte bisogno della valvola dell’emigrazione, anche perchè lo slogan “aiutiamoli a casa loro”, un ottimo proposito, resta non realizzato. Serve, dunque, una visione più globale nel mondo della politica, come anche in quello culturale, sociale e religioso. Sullo scenario internazionale l’Italia si distingue non solo per i 5.026.153 cittadini stranieri residenti sul suo territorio (Istat), ma anche per i 5.202.000 italiani residenti all’estero (dato delle anagrafi consolari, superiore a quello dell’archivio Aire del Ministero dell’Interno), e anzi questi ultimi hanno conosciuto nel 2015 un aumento di circa 200mila unità.

Per quanto riguarda l’entità complessiva della presenza straniera in Italia, tenendo conto, oltre al numero dei soli residenti registrati dall’Istat, anche dei soggiornanti non (ancora) iscritti all’anagrafe, Idos stima che a fine 2015 sfiorino i 5 milioni e mezzo di persone (5.498.000), cui se ne affiancano 1.150.000 che hanno complessivamente acquisito la cittadinanza italiana (con un recente incremento delle donne al loro interno). Nel 2015 gli sbarchi sulle coste meridionali europee hanno coinvolto più di 1 milione di persone (di cui 850mila in Grecia e 150mila in Italia), per il 49% cittadini siriani (all’incirca 1 su 3 di etnia curda), che hanno pagato da 2,5 a 8mila dollari per la traversata. Il dramma della Siria, una delle maggiori catastrofi del Dopoguerra, si riassume in queste cifre: 23 milioni di abitanti, 250mila morti dal 2011 e milioni di persone che hanno abbandonato il paese. Sono 2,5 milioni i siriani che si trovano in Turchia e oltre 1 milione quelli in Libano. Nel 2015 la Germania ne ha accolto 1 milione.

Nel corso del 2016, pur a fronte di una significativa diminuzione degli arrivi via mare (poco più di 270mila nel mese di agosto, per effetto del discusso accordo Ue-Turchia), è cresciuto il numero di decessi (3.168), portando a un livello di estrema pericolosità la rotta del Mediterraneo centrale. Sul terreno dell’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati, l’idea stessa di Unione europea, come soggetto di decisioni unitarie, è entrata in crisi. Sono venute a mancare sia la disponibilità volontaria a ripartire gli oneri dell’accoglienza in maniera solidale tramite le operazioni di relocation, sia una base condivisa per modificare la normativa in vigore, rivelatasi del tutto inadeguata (Regolamento di Dublino III).

Il 13 maggio 2015 è stata adottata l’“Agenda Europea sulle migrazioni” con l’istituzione dei cosidetti “hotspot”, previsti per assicurare l’identificazione e il fotosegnalamento delle persone sbarcate e intenzionate a presentare domanda d’asilo. L’Agenda prevedeva anche la relocation di 160.000 richiedenti asilo in altri Stati membri per alleggerire il peso gravante su Grecia, Ungheria e Italia (in realtà dall’Italia è stato possibile effettuare poco più di un migliaio di trasferimenti). Situazioni complesse che meritano una visione d’insieme che non trascuri le cause, non si limiti a soluzioni temporanee, salvaguardi la dignità delle persone e delle loro vite e, soprattutto, non consideri i richiedenti asilo, invece che vittime, colpevoli di questa situazione. Nel frattempo non va trascurata l’adozione delle misure immediatamente possibili, anche se parziali. Una di queste consiste nella possibilità di aprire dei corridoi umanitari, come dimostrato dall’iniziativa a favore di 1.000 siriani realizzata, in accordo con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dalla Chiesa Valdese e dalla Comunità di S. Egidio, impegnatesi per il loro trasferimento e la loro accoglienza: una sorta di “sponsorizzazione” (legge 40/1998) rimodellata.

I migranti forzati sono comunque una quota ridotta rispetto agli immigrati stanziali, da alcuni studiosi denominati “i migranti dimenticati”, nonostante il contributo che essi assicurano ai paesi di accoglienza e a quelli di origine. Il sostegno ai paesi di origine è evidenziato dalle rimesse. Questo consistente flusso di denaro, seppure direttamente a disposizione dei singoli beneficiari (dei quali accresce il benessere a diversi livelli e potenzia le capacità di consumo), sostiene anche il bilancio dei paesi di origine degli immigrati e, sebbene in misura ancora limitata, favorisce l’avvio di piccole iniziative imprenditoriali. Le rimesse talvolta si configurano anche come ritorni professionali e imprenditoriali: esempi di eccellenza, al riguardo, vengono segnalati anche in occasione degli annuali MoneyGram Award.

Nel futuro, a decollo economico maggiormente avviato, la funzione delle diaspore potrà divenire più incisiva. Del resto il flusso delle rimesse sta conoscendo una stabilizzazione dopo gli anni di crisi. Ai paesi in via di sviluppo nel 2015 sono pervenuti 431,6 miliardi di dollari, mentre 150 miliardi di dollari sono stati inviati verso i paesi a sviluppo avanzato. Nello stesso anno le rimesse dall’Ue verso i paesi terzi sono state pari a 30,3 miliardi di euro, di cui 9,4 dalla sola Francia. La Banca Mondiale stima che nel 2050 il flusso globale arriverà a 650 miliardi di dollari. In Italia si è già registrato il picco delle rimesse nel 2011, con 7,4 miliardi di euro, scesi a 5,3 miliardi nel 2015. Gli invii sono gestiti solo in un decimo dei casi dalle banche, preferite per le grandi transazioni, mentre negli altri casi prevalgono gli operatori di money transfer.

È stata consistente la diminuzione del flusso monetario verso la Cina (da 2,6 miliardi di euro nel 2011 a 0,6 miliardi nel 2015), che prima non si limitava alle transazioni individuali e includeva anche quelle commerciali. Non meno importante è il sostegno ai paesi di immigrazione, specialmente nel caso di una economia orientata all’esportazione come quella italiana. Basti prendere in considerazione che all’estero, oltre ai 5 milioni di italiani, si trova una comunità “italofona” di circa 60 milioni di persone: questa presenza ha influito sulla conoscenza dell’Italia in tutto il mondo, sull’apprezzamento del suo territorio, della sua lingua e della sua cultura, sull’aumento dei flussi turistici (una voce di bilancio positiva anche negli anni di crisi). Anche alla consistente presenza straniera in Italia fa capo una rete allargata (decine di milioni di persone) costituita dai loro familiari, parenti e amici, che parimenti è in grado di influire sulla conoscenza e l’apprezzamento dell’Italia nel mondo. Del resto, altrettanto rilevante è il sostegno che questa presenza assicura sotto l’aspetto demografico e occupazionale.

IL SUPPORTO DELL’IMMIGRAZIONE A LIVELLO DEMOGRAFICO E PREVIDENZIALE

I 5.026.153 stranieri residenti in Italia alla fine del 2015 sono aumentati in un anno di appena 12mila unità. Alla stessa data sono 2.425.000 le famiglie con almeno un componente straniero, in tre quarti dei casi composte esclusivamente da stranieri. Ma la staticità della presenza immigrata è solo apparente: infatti, nel 2015 sono 72.000 i nuovi nati da genitori entrambi stranieri, circa un settimo di tutte le nascite dell’anno; inoltre, nelle anagrafi comunali si sono registrati 250.000 cittadini stranieri in arrivo dall’estero, un numero che, seppure diminuito rispetto agli anni passati, ricorda i consistenti flussi in uscita degli italiani negli anni ’60. A fronte di questi arrivi, si contano quasi 45.000 cittadini stranieri che si sono trasferiti all’estero e 178.000 che hanno acquisito la cittadinanza italiana, portando così a circa 1 milione e 150mila i cittadini italiani di origine straniera residenti nel paese. Nel corso dell’anno poi, protraendosi la congiuntura economica problematica, a 64.000 persone non è stato rinnovato il permesso di soggiorno, mentre i ritorni assistiti sono stati solo 3.697 tra il 2009 e il 2015. Demograficamente è infondato parlare di arrivi e presenze disfunzionali. Nel periodo 2011-2065, nello scenario centrale (quello ritenuto più probabile) delle proiezioni demografiche curate dall’Istat, la dinamica naturale in Italia sarà negativa per 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite contro 40 milioni di decessi) e quella migratoria sarà positiva per 12 milioni (17,9 milioni di ingressi contro 5,9 milioni di uscite).

Va sottolineato che da anni la popolazione in Italia è in diminuzione (un saldo netto complessivo di -130mila persone nel 2015 e di -142.000 per quanto riguarda la sola componente italiana, mentre per gli stranieri il saldo è stato attivo di 12.000 unità). Questa tendenza peggiorerà, trovando tuttavia un parziale temperamento nei flussi degli immigrati. L’Istat ha ipotizzato, a partire dal 2011, una media di ingressi netti dall’estero superiore alle 300mila unità annue (livello rispetto al quale in questi anni si è rimasti al di sotto), per discendere sotto le 250mila unità dopo il 2020, fino a un livello di 175mila unità nel 2065. Quindi, a prescindere dai problemi operativi e finanziari che si stanno ponendo, con gli attuali flussi si sta già verificando ciò che per l’Italia si ritiene funzionale da un punto di vista demografico. La presenza degli immigrati è quanto mai positiva anche sotto l’aspetto previdenziale perché, specialmente per quanto riguarda le pensioni per invalidità, vecchiaia e superstiti (Ivs, la branca più impegnativa della sicurezza sociale), fornisce un copioso gettito contributivo (10,9 miliardi di euro nel 2015). I non comunitari titolari di pensione per Ivs gravano solo per lo 0,3% sul totale delle pensioni (39.340 su 14.299.048): a beneficiarne sono soprattutto le donne, che incidono per il 63,9%, mentre un decimo dei titolari è residente all’estero. Benché sia consistente l’aumento annuale dei nuovi beneficiari, il differenziale rispetto agli italiani sarà elevato ancora per molti anni e andrà a beneficio delle casse previdenziali.

Più rilevante (ma sempre a un livello proporzionalmente più basso rispetto agli italiani) è l’incidenza degli immigrati non comunitari sulle pensioni assistenziali, erogate non su base contributiva: si tratta di 59.228 casi su 3.857.802 (incidenza dell’1,5% sul totale). Considerazioni analoghe valgono anche per le prestazioni temporanee: ad esempio, nel periodo di astensione obbligatoria per maternità, le immigrate non comunitarie rappresentano l’8,4% delle beneficiarie di prestazioni economiche, ma come si è visto è ben più elevata l’incidenza delle donne immigrate sul totale di quelle che hanno apportato nuove nascite. Lo stesso si può dire dei non comunitari titolari di assegni per il nucleo familiare, sia come dipendenti (321.045 su un totale di 2.800.195), che come pensionati (5.285 su 1.154.277).

IL SUPPORTO DEGLI IMMIGRATI A LIVELLO OCCUPAZIONALE

Nel 2015 gli stranieri presenti nell’Ue sono stati il 7,3% degli occupati e il 12,5% dei disoccupati, mentre in Italia l’incidenza è stata del 10,5% tra gli occupati e del 15,0% tra i disoccupati. Ad avere un’occupazione sono stati complessivamente 2.359.000 stranieri nel corso dell’anno, aumentati di 65mila unità rispetto al 2014. Non mancano di colpire l’attenzione gli indicatori che mostrano la differenza tra l’inserimento degli stranieri e quello degli italiani: tasso di occupazione 58,9% contro 56,0%; tasso di disoccupazione 16,2% contro 11,4%; tasso di sovraistruzione 40,9% contro 21,6%; tasso di sottoccupazione 11,7% contro 4,2%. Nel periodo 2008-2015 per gli immigrati il tasso di occupazione si è ridotto di 8,1 punti (per gli italiani di 2,1) e il tasso di disoccupazione è aumentato di 7,7 punti (per gli italiani di 4,8). Solo il 6,8% degli stranieri lavora nelle professioni qualificate, mentre il 35,9% svolge professioni non qualificate (ma la percentuale è più alta per le donne immigrate) e un altro 30% lavora come operaio. In media la retribuzione netta mensile per gli immigrati è inferiore del 28,1% (979 euro contro i 1.362 degli italiani) e il divario è ancora più ampio tra le donne straniere e quelle italiane.

Nonostante le condizioni più onerose, gli immigrati esprimono la stessa soddisfazione degli italiani per quanto riguarda il lavoro (rispettivamente 7 e 7,3 in una scala da 1 a 10), tuttavia con una più elevata percezione dell’insicurezza della loro occupazione. In effetti, in questa lunga fase di crisi, non tutte le collettività hanno tenuto come quella cinese, anche perché caratterizzata da una quota di lavoratori indipendenti pari al 47,5% contro una media del 12,5% tra tutti gli immigrati. I saldi occupazionali rilevati dall’archivio Inail sono stati positivi solo per le collettività maggiormente coinvolte in attività autonome, specie nel commercio (Cina, Egitto, Bangladesh, Pakistan). Ben diversa la situazione dei marocchini, il cui tasso di disoccupazione è del 25,4% e quello di occupazione del 44,1%. L’andamento è stato sfavorevole anche per le collettività a prevalente occupazione femminile. Fa pensare il fatto che i cittadini non comunitari hanno inciso per più del 13% su tutti i tipi di indennità di disoccupazione. In ogni modo, gli immigrati nati all’estero (in prevalenza stranieri ma in parte anche italiani rimpatriati) nel 2015 hanno inciso per il 23,8% sul numero degli assunti nell’anno e per il 28,9% sui nuovi assunti, valori che sottolineano la loro funzionalità al mercato occupazionale in numerosi comparti e, in particolare, in quello del lavoro presso le famiglie e in agricoltura.

Sul piano generale va detto che le assunzioni si sono molto ridotte, specialmente nell’industria. Il nerbo dell’occupazione è ancora costituito dalle piccole e medie imprese (fino a 9 dipendenti) che totalizzano il 74,1% degli occupati immigrati e l’81,9% dei nuovi assunti. Ha continuato a essere positivo l’andamento delle imprese a gestione immigrata, aumentate del 5,0% e di 26mila unità e arrivate al numero di circa 550mila, continuando a costituire uno degli aspetti più dinamici della loro presenza. Nel lavoro domestico è occupata la metà delle donne immigrate, che in diverse collettività costituiscono la maggioranza (sono 8 su 10 in quella ucraina, mentre appena 2 ogni 10 tra i senegalesi e i bangladesi). Nel 2015, secondo l’Osservatorio sul lavoro domestico dell’Inps, le badanti e le colf sono 886.125, di cui 672.194 con cittadinanza straniera (incidenza del 75,9%, mentre nel 2009 era stato raggiunto il valore massimo pari all’83,4%).

La categoria ha conosciuto il picco numerico massimo nel 2012 (anche a seguito della regolarizzazione di quell’anno e di quella del 2009) con 1.008.540 persone complessivamente assicurate). Tra le persone straniere prevalgono le colf (367.908, pari al 54,7%), che però nel 2015 sono diminuite del 5,4%, mentre le badanti sono aumentate di poco più di 2 punti percentuali: tuttavia, secondo stime, le persone che lavorano in nero uguagliano quelle assicurate. In questa fase di crisi anche le donne italiane si sono inserite maggiormente nel comparto e tra il 2007 e il 2015 sono passate da 140mila a 213.931, con un aumento di 73mila unità (9mila in media in più l’anno). A indicazione dell’accentuata mobilità che si riscontra nell’ambito del lavoro presso le famiglie, sono dell’ordine di poco meno di 300mila l’anno sia le assunzioni che le cessazioni e indubbiamente la crisi ha incentivato l’intermittenza lavorativa e i rapporti non dichiarati. Ogni 100 addetti stranieri del settore, le donne sono 86,5 (ma ben 93,8 tra le badanti): 60 provengono dall’Est Europa e 20 dall’Asia, continenti nettamente prevalenti.

Considerata l’ampiezza dell’inserimento in questo settore e la prevalenza della componente femminile, non meraviglia che le donne straniere occupate siano, all’interno dei nuclei familiari, le “breadwinner” uniche nel 15,1% dei casi (contro il 6,4% della media dei casi del settore). L’agricoltura in Italia incide sull’occupazione in media per il 3,8%, valore che sale al 5,6% tra gli stranieri (quasi 340.000 occupati nati all’estero, un terzo dei circa 900mila addetti totali). Il settore agricolo, insieme ai servizi, ha conosciuto un saldo positivo tra assunzioni e cessazioni dei rapporti di lavoro. Il caporalato, però, continua a imperversare, esercitando il suo sfruttamento a livello transregionale, anche con il coinvolgimento di aziende, agenzie di somministrazione di lavoro temporaneo, agenzie di viaggio operanti a livello internazionale. Il reclutamento di lavoratori (specialmente quelli originari dell’Est Europa e del Centro Africa) avviene anche nei pressi dei centri di accoglienza di richiedenti asilo. La rete del caporalato si è modernizzata e dirige le operazioni di sfruttamento ricorrendo sempre più all’utilizzo continuo di telefonini e internet, senza più limitarsi solo al reclutamento sulle piazze, come avveniva nel passato. Il periodo della sua attività è a ciclo continuo e va ininterrottamente, da estate a estate, con l’impiego nelle diverse raccolte, tramite l’offerta di numerosi servizi di supporto (a un costo medio di 10 euro al giorno per ciascun lavoratore).

NECESSITÀ DI DECISIONI POLITICHE E DI UN COINVOLGIMENTO SOCIALE DI TIPO NUOVO

Nell’attuale situazione si eccepisce che, rispetto al passato, i profughi hanno dato luogo a flussi non programmati e quindi potenzialmente disfunzionali. In realtà, una programmazione efficace è mancata anche nel passato, come attestano le sette regolarizzazioni varate fino ad oggi (1986, 1990, 1995, 1998, 2002, 2009, 2012) e i decreti flussi annuali paragonabili a regolarizzazioni mascherate di persone già presenti in Italia (seppure costrette a ritornare nei paesi di origine per munirsi di un visto di ingresso “a posteriori”). Tenuto conto che continueranno i flussi di migranti nella loro composizione mista (richiedenti asilo e lavoratori) e che, come previsto dalle proiezioni dell’Istat, persisteranno le esigenze demografiche dell’Italia, è opportuno iniziare a considerare i nuovi venuti come possibili nuove leve da inserire nel mercato occupazionale, facendosi carico sia del bilancio delle loro qualifiche sia delle strategie formative e occupazionali più adeguate per inserirli nel mercato del lavoro, senza trascurare, con le dovute accortezze, il loro possibile apporto in termini di attività sociali, di volontariato e di servizio civile.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’accoglienza di rifugiati e immigrati, a determinate condizioni che ne prevedono l’integrazione e la partecipazione alla società ospitante, può contribuire alla ripresa economica, ma ta tal fine serve una strategia di inserimento più aperta e non discriminatoria. Purtroppo, come si rileva anche a livello europeo, i rom, i neri, i musulmani e i migranti sono i gruppi più esposti alle discriminazioni, nonostante da tempo siano state approvate direttive Ue a loro tutela. Induce ad adoperarsi maggiormente al riguardo il fatto che, nel 2015, è iniziata la decade internazionale dedicata alle persone di discendenza africana proclamata dall’Onu. Iniziativa che permette di puntellare con una serie di azioni concrete l’esecuzione del Piano contro il razzismo approvato a livello nazionale. Inoltre, i tragici eventi legati al terrorismo di matrice islamica (in Francia e altrove) e le radicalizzazioni riscontrate anche in precedenza (e non solo tra gli immigrati), spingono ad adoperarsi affinché la differenza religiosa non venga intesa con un motivo di contrapposizione. Un’altra obiezione, spesso ricorrente, stigmatizza il costo dell’accoglienza dei nuovi arrivati stranieri, senza riflettere sugli effetti positivi che ne possono derivare e sul fatto che si tratta di una incidenza contenuta, pari allo 0,14%, sulla spesa pubblica nazionale complessiva (fonte: Ministero dell’Interno).

Secondo il Ministero dell’Economia, nel 2015 i costi per i nuovi arrivati hanno toccato i 3,3 miliardi di euro, il doppio degli anni precedenti. Questa somma considerevole, come proposto anche nell’introduzione al Dossier, può in buona misura essere destinata alle famiglie sul territorio se le stesse, adeguatamente preparate tramite il coinvolgimento del mondo associativo, verranno chiamate a concorrere all’ordinaria accoglienza dei profughi, dando un seguito effettivo alle ipotesi finora sperimentali. Ne potrà conseguire per i nuovi arrivati un miglioramento a livello di vitto, alloggio, pratica dell’italiano e conoscenza del contesto, mentre nello stesso tempo si potrà dare l’avvio alla più efficace strategia di sensibilizzazione dell’opinione pubblica. Numeri controcorrente, dunque, che meritano di essere presi in considerazione insieme ai tanti altri contenuti nella nuova edizione del Dossier Statistico Immigrazione: leggendolo, si capirà che non è affatto scontato quanto diffusamente si dice in negativo sugli immigrati e sui rifugiati e che va superata la sindrome dell’invasione che, mistificando il fenomeno, instilla paure infondate sulla loro pericolosità. Il grande economista John Kenneth Galbraith (1908-2006) così criticava il mancato riconoscimento di queste virtualità: “Le migrazioni sono la più antica azione di contrasto alla povertà, selezionano coloro i quali desiderano maggiormente riscattarsi, sono utili per il paese che li riceve, aiutano a rompere l’equilibrio di povertà nel Paese di origine: quale perversione dell’animo umano ci impedisce di riconoscere un beneficio tanto ovvio?”.

Per avere maggiori informazioni, consultare il sito www.dossierimmigrazione.it. 

Editoriali

Diritto alla privacy e lotta al terrorismo nello spazio costituzionale europeo

di Salvatore Bonfiglio

La rivoluzione digitale sta segnando fortissimi cambiamenti, che sono in un certo senso paragonabili per importanza a quelli che si registrarono dopo la rivoluzione industriale tra il XVIII e il XIX secolo. Non è un caso che, com’è noto, proprio alla fine dell’Ottocento fu teorizzato il right of privacy definito, in un noto articolo di Warren e di Brandeis [1], come right to be let alone. Nella società industriale l’anonimato urbano fece sorgere nelle persone e, soprattutto, nella borghesia cittadina, il desiderio di difendere l’intimità privata contro l’ingerenza dei giornali. 

di Lina Panella

Il 28 giugno 2012 il Comitato dei diritti dell’uomo della Società italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI) ha organizzato un convegno in memoria della prof.ssa Maria Rita Saulle, ad un anno dalla scomparsa, dal titolo “I diritti umani nella giustizia costituzionale ed internazionale”. Alla presenza del marito prof. Francesco Durante e di numerosissimi colleghi sia del mondo accademico che della Corte Costituzionale, la poliedrica figura della prof.ssa Saulle è stata  ricordata a quanti hanno avuto il privilegio di  conoscerLa e lavorare al Suo fianco con alcune relazioni  scientifiche su particolari problematiche  che  erano state Suo oggetto di indagine privilegiato.

di  Marco Ruotolo

In un illuminante saggio del 2001, Alessandro Baratta affermava che l’enucleazione di un “diritto fondamentale alla sicurezza” non può essere altro che il “risultato di una costruzione costituzionale falsa o perversa” . Se tale preteso diritto si traduce nella “legittima domanda di sicurezza di tutti i diritti da parte di tutti i soggetti”, la costruzione è “superflua” e comunque la terminologia è fuorviante. Siamo, infatti, nel campo della “sicurezza dei diritti” o del “diritto ai diritti”, identificabile anche come “diritto umano ai diritti civili”, non già in quello proprio del “diritto alla sicurezza”. Se, invece, parlando di diritto alla sicurezza si intende selezionare “alcuni diritti di gruppi privilegiati e una priorità di azione per l’apparato amministrativo e giudiziale a loro vantaggio”, la costruzione è “ideologica”, funzionale ad una limitazione della sicurezza dei diritti attraverso l’artificio del “diritto alla sicurezza”.