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Luca Barbari, Francesco De Vanna (cur.), Il “diritto al viaggio”. Abbecedario delle migrazioni, Giappichelli, Torino, 2018

Luca Barbari, Francesco De Vanna (cur.), Il “diritto al viaggio”. Abbecedario delle migrazioni, Giappichelli, Torino, 2018

g.m.

Se si parla di migranti e migrazioni è facile che la mente richiami immagini di sbarchi, controlli, soccorsi, imbarcazioni stracolme in balia di quel mare che troppo spesso finisce per accogliere i corpi di coloro che non sono riusciti a raggiungere una nuova terra o a trovare chi se ne prendesse cura quando erano in vita. Ci si figura l’esito, ma il quivis de populo pensa assai meno a tutto ciò che precede quel momento: il viaggio.

Esso rappresenta una fase transitoria (in senso etimologico, spaziale ma non per forza temporale, nel senso che può durare molto e può anche essere “l’ultimo atto”), che può avere molte forme e apparenze. Il viaggio del migrante – che, in base alla definizione non giuridica fornita dall’International Organization for Migration, si può riferire come «a person who moves away from his or her place of usual residence, whether within a country or across an international border, temporarily or permanently, and for a variety of reasons» – può avvenire in condizioni di limitato disagio, magari semplicemente per studiare o cercare migliori opportunità di lavoro altrove; oppure può essere ricco di difficoltà, insidie e rischi, specie se svolto in condizioni di precarietà, in fuga da situazioni di conflitto e senza mezzi adeguati, trasformando i e le migranti in «viaggiatori di azzardo, di purissimo azzardo, che accettano il rischio di essere decimati da deserti, prigionie, naufragi».

Quando il viaggio si compie, le persone che vi hanno preso parte si apprestano a essere inquadrate in categorie giuridiche diverse dalle autorità dello Stato di arrivo, a seconda della loro condizione e delle risposte che il singolo ordinamento ha scelto di approntare nei confronti delle varie categorie di migranti. Per comprendere quel viaggio nel modo più completo possibile, tuttavia, è probabilmente necessario «ridefinire parole, linguaggi, grammatica, con riferimento alle persone che migrano»: se il fenomeno migratorio, «prima ancora di essere governato, necessita di essere compreso e richiede un approccio attento, interdisciplinare e libero», è necessario farlo con “le parole giuste”, per veicolare correttamente significati e le stesse immagini di cui si parlava all’inizio.

Le citazioni sopra riportate sono tratte dall’introduzione che Luca Barbari – avvocato, presidente dell’associazione modenese Porta Aperta che (con la Fondazione Migrantes e IntegriaMo) dal 2016 promuove il Festival della Migrazione – ha scritto per il volume Il “diritto al viaggio”. Abbecedario delle migrazioni, da lui curato con Francesco De Vanna (assegnista di ricerca in Filosofia del diritto presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia) e pubblicato alla fine del 2018 da Giappichelli nella collana «Diritto e vulnerabilità – Studi e ricerche del CRID».

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Editoriali

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di Salvatore Bonfiglio

La rivoluzione digitale sta segnando fortissimi cambiamenti, che sono in un certo senso paragonabili per importanza a quelli che si registrarono dopo la rivoluzione industriale tra il XVIII e il XIX secolo. Non è un caso che, com’è noto, proprio alla fine dell’Ottocento fu teorizzato il right of privacy definito, in un noto articolo di Warren e di Brandeis [1], come right to be let alone. Nella società industriale l’anonimato urbano fece sorgere nelle persone e, soprattutto, nella borghesia cittadina, il desiderio di difendere l’intimità privata contro l’ingerenza dei giornali. 

di Lina Panella

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In un illuminante saggio del 2001, Alessandro Baratta affermava che l’enucleazione di un “diritto fondamentale alla sicurezza” non può essere altro che il “risultato di una costruzione costituzionale falsa o perversa” . Se tale preteso diritto si traduce nella “legittima domanda di sicurezza di tutti i diritti da parte di tutti i soggetti”, la costruzione è “superflua” e comunque la terminologia è fuorviante. Siamo, infatti, nel campo della “sicurezza dei diritti” o del “diritto ai diritti”, identificabile anche come “diritto umano ai diritti civili”, non già in quello proprio del “diritto alla sicurezza”. Se, invece, parlando di diritto alla sicurezza si intende selezionare “alcuni diritti di gruppi privilegiati e una priorità di azione per l’apparato amministrativo e giudiziale a loro vantaggio”, la costruzione è “ideologica”, funzionale ad una limitazione della sicurezza dei diritti attraverso l’artificio del “diritto alla sicurezza”.

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Sulla materia oggetto di questo breve contributo penso di aver trovato la chiave di lettura complessiva migliore, che le illustra adeguatamente, in alcuni testi di Paul Ricoeur, raccolti ora da Luca Alici: Il diritto di punire per Morcelliana.